Baccanti meccaniche

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Baccanti meccaniche

liberamente ispirato ad Euripide e Kubrick

“Eccomi là. Cioè Alex, e i miei tre drughi, cioè Pete, Georgie e Dim. Ed eravamo seduti nel Korova Milk Bar, arrovellandoci il Gulliver per sapere cosa fare della serata; il Korova Milk Bar vende Latte più, cioè, diciamo, latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quel che stavamo bevendo. E’ roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza.”

 

Così inizia Arancia Meccanica di Stanley Kubrick. E così inizia anche il nostro spettacolo, con il minaccioso e beffardo sguardo di Dioniso pericolosamente rivolto verso la platea. Dietro di lui, dio portatore di ambedue i sessi, si svegliano lentamente le Baccanti, accompagnate dalle note del Bolero di Ravel. La loro triplice essenza d’animale, di guerriera e di lasciva le trasforma in breve da placide ragazzine dormienti a indomabili e feroci cagne, in una sensualissima e macabra sfilata accanto ad un Cadmo, mitico fondatore di Tebe, ormai ridotto su una sedia a rotelle e, come tutto il popolo di Tebe, privato della vista e della dignità. Solo a questo punto, mentre il Bolero ancora scorre, il messaggero inizia a raccontare l’orribile fine di Penteo, letteralmente fatto a pezzi dalle Menadi.

Siamo partiti dal finale, dal fatto compiuto, per andare a ricercare a ritroso dove e come questa orrenda spirale di violenza abbia avuto inizio. Perché ogni guerra, ogni dittatura, ogni esempio di orrore ha un suo dove e un suo come. Ha un suo inizio. In un gioco di continui rimandi al capolavoro di Kubrick (la scena più crudele dello spettacolo, ovvero l’esposizione dei resti di Penteo, è sulle note di Singing in the rain, come quella dello stupro nel film), con cui i punti di contatto sono spaventosamente evidenti, lo spettacolo trascina lo spettatore in quella stessa apnea, in quella stessa spirale di furia che distrugge Tebe e i suoi governanti, giocando fra ironia e orrore, con brevi frammenti video e musiche trascinanti, fra cui trovano posto anche la dolente rabbia di Bruce Springsteen, la provocazione anarchica di Manu Chao e l’emozionante voce di Soledad Bravo.

 

Drammaturgia e regia di Alessandro Veronese

con Fedra Biffis, Giulia Grandinetti, Michela Giudici, Giulia Nicolosi, Adele Piras, Chiara Salvucci, Alessandro Veronese